Presentazione

Le regole del cambiamento e il cambiamento delle regole: su questo tema, centrale tra quelli individuati dalla mostra Confronting Anitya. Oriental experience in contemporary art, potrebbe fondarsi buona parte del dibattito internazionale sulla relazione tra Oriente ed Occidente. Ma, qui, non si parla di norme, di accordi, di sistema economico. Qui si parla di creatività, di poetica, di bellezza, qualcosa che avrà certamente un futuro importante per tutti noi. 

Il desiderio del Museo MAGI’900 di relazionarsi con la cultura orientale, e cinese in particolare, nasce, infatti, in un contesto di relazioni economiche e sociali stingenti e sempre più intense tra Italia e Cina, dalle quali in questo momento non si può prescindere. Ignorare la portata di questo fenomeno sarebbe anacronistico, e inutile. Più utile, invece, appare cercare di aprire uno sguardo sincero e profondo, che consenta di oltrepassare quella sorta di sincretismo culturale di superficie, che talora viene spacciato come il segno di una ormai avvenuta ibridazione tra i due mondi, per porsi come orizzonte di esplorazione quanto di più originario e fondante ancora sostiene la differenza tra le due culture.

 Se un processo di fusione ci sarà, ed è probabile, non siamo ancora nel momento storico in cui registrarne gli effetti di sintesi definitivi. Siamo, piuttosto, nel momento delicatissimo ed estremamente interessante, in cui le dinamiche sono accelerate dal desiderio di assecondare un’idea di futuro serenamente interculturale, e al contempo frenate dalla consapevolezza che ci sono valori differenti, ai quali, con reciproca determinazione, nessuna cultura, soprattutto artistica, è disposta a rinunciare. Cercare di identificare questi valori, attraverso iniziative espositive di qualità che mettano in luce anche autori diversi da quelli imposti dal mercato internazionale, è per noi una sfida importante. In questo sguardo reciproco con artisti, storici dell’arte, critici ed intellettuali cinesi possiamo trovare non solo una chiave di lettura sulla relazione tra  tradizione e contemporaneità nella loro ricerca, ma anche rivedere il nostro senso di appartenenza all’occidente sotto una nuova luce. In questo percorso che vuole avvicinarsi al significato profondo dei fenomeni estetici, viene a galla e continuerà ad emergere per primo ciò che veramente si definisce come valore identitario, come radice che è impossibile rescindere anche quando si è al centro di un processo di cambiamento. 

Questa mostra vuole appunto mettere in luce come il concetto di cambiamento abbia una rilevanza del tutto particolare nella cultura cinese, e l’ossimoro del titolo – la permanente impermanenza – cerca faticosamente di tradurre  quell’idea di ineluttabile instabilità dell’esistenza e del cosmo che deriva da tematiche religiose e filosofiche profondamente radicate nella cultura cinese. Contrapponendo l’orientale attitudine ad assecondare il mutamento al bisogno di stabilizzazione razionale della mentalità occidentale, il critico Xia Kejun ci indica così una avvincente direzione di esplorazione, supportata da una selezione di opere eterogenee per tecniche e materiali, ma accomunate da una linea di tensione affine, facilmente percepibile visitando l’esposizione. La forza della natura, ovunque richiamata, si lega ad una sensazione di leggerezza e fragilità delle forme; il dominio del sentimento sulla ragione, l’abbandono alle piccole imprecisioni del cosmo, dove anche il dolore e la transitorietà hanno un loro spazio armonico, ci accompagna in ogni visione. Gli artisti, sono in gran parte docenti di facoltà e accademie di belle arti, tenuti in grande considerazione nel loro Paese, un Paese che, nonostante le ombre che ancora ci rendono difficile comprenderne a fondo lo spirito, sembra credere di nuovo molto nel valore trainante e formativo della cultura figurativa. E che, per questo, cerca di conoscere genericamente l’Occidente, ma ama proprio l’Italia.

                                                                                                                                        Valeria Tassinari

                                                                                                                                curatore Museo Magi’900